Il campo è una lastra di ghiaccio ai bordi, dove l’erba si è ritirata come pelle secca. Tommaso corre uguale, le scarpette slittano ma lui non rallenta, la maglia della Roma gli si appiccica addosso. Marco si stringe nel giubbotto del magazzino, le mani in tasca, il fiato che si condensa. L’arbitro fischia un calcio d’angolo, ma il suono arriva attutito, come se il freddo lo mangiasse a metà.
Tommaso gioca ala destra, dove il vento taglia di più. A un certo punto, un passaggio sbilenco, la palla che rimbalza male, ma lui la recupera con un tocco di interno e la spinge in area. Il numero 7 della squadra avversaria la stoppa, ma Tommaso è già lì, pronto. L’assist è perfetto, un colpo di tacco che manda il pallone a mezza altezza. Il compagno calcia, il portiere si tuffa, la palla finisce in rete. Marco non applaude, ma la bocca gli si piega in un sorriso storto. Tommaso si volta verso la panchina, gli occhi brillano. «Hai visto, papà?»
Sulla via del ritorno, Tommaso parla senza fermarsi: del compagno che ha sbagliato il rigore la settimana scorsa, del mister che urla troppo, del gelato che vorrebbe mangiare anche se fa freddo. Marco ascolta, annuisce, ogni tanto butta lì una parola. «Domani ti porto il panino con la mortadella.» Tommaso ride. «Quello con la crosta tagliata via?» «Sì, quello.»
Intanto, Sara sta caricando la Punto con le buste del Conad. Le scale del palazzo sono gelate, e le borse pesano. Ma lei non si lamenta. Sa che Marco, in questo momento, sta prendendo il Metrebus in tabaccheria, e che tra dieci minuti sarà al bar della stazione, con un caffè e un giornale sportivo. Dieci minuti solo suoi.