La porta si chiude con un tonfo, e l’aria fredda del pianerottolo si infila in casa insieme a Marco. Ha la giacca del magazzino zuppa, le spalle curve come se portasse ancora il peso della giornata. «Hanno soppresso il Metromare» dice, senza guardare nessuno, mentre si sfila le scarpe lasciando una pozza d’acqua sul pavimento. Sara non risponde, gli passa un asciugamano senza dire niente. Lo sa già, l’ha visto sui gruppi di Ostia.
I bambini sono già in pigiama, seduti sul divano con Pallino in mezzo. Tommaso alza gli occhi dal libro di scuola: «Papà, hai visto che ho preso otto in matematica?» Marco annuisce, ma non ha la forza di sorridere. Si siede al tavolo della cucina, le mani intorno alla scodella di minestra che Sara gli ha tenuto in caldo. Il vapore gli appanna gli occhiali.
«Dai, una partita a briscola» dice Tommaso, tirando fuori le carte dal cassetto. Marco sospira, ma prende il mazzo. Le carte scivolano tra le dita umide. Tommaso bara, come sempre—lascia cadere un sette quando crede che nessuno guardi. Marco finge di non accorgersene. La minestra si raffredda, la pioggia batte contro i vetri. Per un po’, non c’è altro da dire.