La porta di casa si chiude con un colpo secco, il vento di dicembre si infila nel corridoio prima che Marco riesca a girare la chiave. Sara è già in cucina, le mani affondate nell’acquaio, i piatti della cena ancora da lavare. Sul termosifone, appese con le mollette di legno, ci sono le calze dei bambini: quelle di Tommaso, a righe blu, e quelle di Sofia, con i cuoricini sbiaditi. Sono ancora umide, ma domani saranno asciutte.
«Hai preso il pane?» chiede Sara senza voltarsi. Marco posa le chiavi sul mobile dell’ingresso, si sfila la giacca del magazzino e la appende all’attaccapanni. «Sì, quello di ieri. Era l’ultimo.» Si avvicina al termosifone, sfiora con le dita le calze di Sofia. Sono fredde. «Domani metto quelle nuove» dice lei, come se gli avesse letto nel pensiero. «Quelle con i fiorellini.»
Tommaso è già a letto, il libro di matematica aperto sulle ginocchia. Sofia, invece, è seduta sul pavimento della cameretta, Pallino stretto tra le braccia. «Papà, mi racconti una storia?» chiede, gli occhi mezzi chiusi. Marco si siede accanto a lei, la schiena contro il muro. «Solo una breve» risponde. «Domani c’è scuola.»
Fuori, il vento fa tremare i vetri. Sara asciuga l’ultimo piatto, lo ripone nella credenza. Poi spegne la luce della cucina e si avvia verso la camera da letto. Le calze sul termosifone oscillano appena, come se qualcuno le avesse sfiorate.