La cucina è fredda, il termosifone fa un rumore sordo come se stesse per spegnersi. Marco si alza prima dell’alba, come sempre, e accende la luce sopra i fornelli. La moka è già pronta, carica di caffè macinato ieri sera. Sara la lascia sempre così, con il filtro pulito e la polvere dentro, perché sa che lui non ha voglia di trafficare al buio.
Mentre il caffè sale, Marco si appoggia al lavello e guarda fuori dalla finestra. Il parcheggio è deserto, i cassonetti chiusi con le catene. Un gatto attraversa veloce tra le macchine, la coda dritta come un’antenna. Prende la tazzina, quella sbeccata che usa solo lui, e ci versa il caffè. È forte, quasi amaro, ma va bene così.
Sara si sveglia con l’odore. Si alza senza fare rumore, infila le ciabatte e lo raggiunge. Non dicono niente. Lei prende la tazzina, quella con il fiore dipinto, e beve un sorso. Poi la posa e gli sfiora la mano, solo un attimo. «Oggi Tommaso ha calcio» dice, come se fosse una novità. Marco annuisce. «Lo so.»
Fuori, il Metromare fischia in lontananza. È in ritardo, come sempre.