La moka è già pronta sul fornello quando Marco torna dal lavoro, il vapore che esce lento dal beccuccio. Sara è seduta al tavolo con il quaderno aperto, la penna che batte leggera sul foglio. Non alza gli occhi subito, ma lui sa che ha sentito i suoi passi sulle scale.
«Oggi al magazzino parlavano tutti di Pasqua» dice Marco, appoggiando la giacca sulla sedia. «Partono in quattro, uno va in Abruzzo, un altro a Frosinone. Io ho mangiato la schiscetta in silenzio.»
Sara chiude il quaderno. «Anche mia madre ha chiamato. Dice che se vogliamo andare da loro, il divano è sempre lì.» Non è una proposta, è un’abitudine. Ogni anno la stessa frase, ogni anno la stessa risposta.
Marco si versa il caffè, freddo come lo lascia sempre. «Tommaso ha bisogno di scarpe nuove» dice, guardando verso il corridoio. Le vecchie sono lì, appoggiate contro il muro, la suola consumata. «Antonio gliene ha comprate un paio. Me l’ha detto stamattina.»
Sara non risponde subito. Prende un biglietto dalla tasca del grembiule—uno di quelli che Marco lascia sotto la tazzina—e lo infila tra le pagine del quaderno. Poi si alza, va alla finestra. Fuori, il cortile è vuoto, ma si sente già il rumore dei bambini che tornano da scuola.
«Domani facciamo la spesa al mercato» dice. «Quello di piazza Anco Marzio. È più caro, ma almeno Tommaso avrà le scarpe giuste per domenica.»