Il campo di calcio dietro la scuola elementare è un rettangolo di terra battuta, con le porte di plastica bianca e rossa che pendono un po’ da una parte. Tommaso corre verso il centro, le scarpe nuove di nonno Antonio che brillano sotto il sole di aprile. Sono un po’ grandi, ma lui dice che «ci crescerà dentro». Il mister, un tipo magro con la maglia della Roma, fischia e grida: «Ferraro, quelle scarpe sono da copertina o da campo?». I compagni ridono, ma Tommaso non si scompone. Si china, slaccia i lacci e li riannoda più stretti.
Marco sta appoggiato alla rete metallica, le braccia incrociate. Non fuma, oggi. Guarda suo figlio che si allena a stoppare il pallone, le gambe un po’ rigide per l’emozione. Quando Tommaso segna, Marco alza una mano, ma non applaude. Solo un cenno, come a dire: «Bravo, ma non montarti la testa».
La sera, a casa, Sara trova la moka già pronta sul fornello, il post-it sotto la tazzina: «Primo vero mercoledì di aprile». Lo piega senza dire niente e lo infila nel quaderno, tra gli altri. Tommaso, seduto a tavola, racconta dell’allenamento, delle scarpe che «hanno fatto goal», del mister che gli ha detto: «Sei veloce, ma devi imparare a cadere».
Sofia, con Pallino stretto al petto, chiede se domani può andare anche lei al campo. «No, amore, è per i maschi» risponde Sara, ma Tommaso alza le spalle: «Mamma, il mister ha detto che la prossima settimana prova anche le femmine».
Marco non dice niente. Si limita a versare l’acqua nella moka, il rumore del gas che si accende copre tutto il resto.