La moka è già pronta sul fornello quando Marco si alza, il biglietto sotto la tazzina dice solo “Oggi riso e tonno”. Lo infila in tasca senza commentare, come sempre. Il treno Metromare è in ritardo, ma lui non si scompone: si accende una sigaretta sul binario, il fumo si mescola all’odore di salsedine che arriva dal mare. In magazzino, la schiscetta riscaldata al microonde sa di plastica e di fretta. Mangia in piedi, vicino alla porta di servizio, dove l’aria è meno viziata.
Alle quattro, i bambini lo aspettano già in cortile. Tommaso ha il pallone sottobraccio, Sofia stringe Pallino e un mazzetto di petali di glicine che ha raccolto lungo la strada. «Papà, oggi giochiamo a calcio!» annuncia Tommaso, ma Sofia lo corregge: «No, noi facciamo la corona per la mamma». Marco sorride, si siede sulla panchina di via delle Bermude, quella con la vernice scrostata. Il sole gli scalda le spalle mentre li guarda correre: Tommaso che dribbla un avversario immaginario, Sofia che intreccia i petali con dita piccole e concentrate.
A casa, Sara è sola. Ha aperto la finestra della cucina e sente il rumore delle macchine sulla Colombo, ma non si affaccia. Invece, lava i piatti con calma, ascoltando la radio a volume basso. Quando sente la chiave nella toppa, asciuga le mani sul grembiule e sorride. I bambini entrano di corsa, Tommaso con le scarpe sporche di terra, Sofia che le porge la corona di petali. «È per te, mamma!» dice, e Sara la prende senza dire nulla, solo un cenno del capo che vale più di qualsiasi parola.