Il treno frena con uno scatto secco, i freni che stridono sulle rotaie. Marco si aggrappa al sedile, la schiena contro il finestrino sporco. Fuori, il sole di aprile taglia tra i palazzi di Acilia, ma dentro il vagone c’è ancora l’odore di chiuso della notte. Si toglie le cuffie—Radio Roma sta già parlando di calciomercato, come se giugno fosse dietro l’angolo—e tira fuori il contenitore di plastica dal borsone. Le polpette di ieri, fredde, avvolte in un tovagliolo di carta. Ne morde una: la crosta è un po’ dura, ma dentro la carne è ancora morbida, il sugo si è rappreso in una patina scura. Buone lo stesso.
Adriano, seduto di fronte, lo guarda mentre mastica. "Ma che, non ti fanno mangiare al lavoro?" Marco alza le spalle. "Mi piace così." Non è vero, ma non ha voglia di spiegare. Non ha voglia di dire che a casa Sara ha già preparato la cena, che le polpette avanzate sono meglio di un panino al bar, che ogni euro risparmiato è un euro in più per le scarpe di Tommaso o per il costume nuovo di Sofia. Adriano scuote la testa, come se fosse una scelta assurda. "Sabato mattina ci sono gli straordinari. Tu non vieni?" Marco finisce la polpetta, si pulisce le dita sul tovagliolo. "No. Il sabato è per i bambini." Adriano ride, ma non insiste. Il treno riparte con un sobbalzo, e Marco guarda fuori, verso Ostia che si avvicina. Aprile sta volando via, e lui non se ne accorge nemmeno.