Il fischio dell’arbitro taglia l’aria del campetto, secco come un colpo di forbici. Tommaso si ferma a metà corsa, le mani sui fianchi, il petto che va su e giù. Marco si alza dalla panchina, le mani in tasca, la giacca del magazzino ancora addosso. "Bravo, Tommà. Hai fatto bene a non tirarla" — gli dice quando il figlio gli si avvicina, sudato e deluso. "La prossima volta la metti dentro, vedrai." Tommaso annuisce, ma gli occhi gli brillano lo stesso. È già qualcosa.
Mentre i bambini si cambiano negli spogliatoi improvvisati — una tenda di plastica dietro la porta del campo — Marco tira fuori il telefono. La notifica è lì, in mezzo ai messaggi di Sara e alle foto dei bambini: "Assegno Unico accreditato." Non clicca. Non serve. Sa cosa significa. Infila il telefono in tasca e si accende una sigaretta, guardando il cielo che si tinge di rosa sopra i palazzi di Ostia.
Al Conad, la lista di Sara è precisa: pasta, pelati, latte, pane, uova, detersivo. Niente di superfluo. Marco spinge il carrello tra gli scaffali, evitando lo sguardo delle offerte in promozione. Quando arriva alla cassa, la signora davanti a lui sta pagando con la carta. Lui tira fuori i contanti, contati in anticipo. La cassiera gli sorride, ma lui non ricambia. Non è il momento.
Fuori, il sole è già basso. Tommaso gli chiede se possono prendere un gelato. Marco guarda l’orologio. "Oggi no, Tommà. La mamma ci aspetta." Il figlio non insiste. Sa già la risposta.