La caldaia ha tossito stamattina, un colpo secco come un motore che si ingolfa. Marco si è fermato a metà del corridoio, la tazzina del caffè ancora in mano, e ha fissato il quadrante come se potesse leggere i pensieri del ferrovecchio. "Dai, non ora", ha mormorato, ma la caldaia non ha risposto. Si è spenta per tre secondi, poi si è riaccesa con un sospiro metallico. Lui ha scrollato le spalle, ha bevuto l’ultimo sorso e ha lasciato la tazzina nel lavello. "Roberto passa domenica", ha detto a Sara mentre si allacciava le scarpe. "Se non la aggiusta lui, la aggiusto io con il cacciavite e la preghiera."
Ora, nel pomeriggio, Sara è seduta sul balcone con Sofia in braccio, le gambe penzoloni tra le sbarre della ringhiera. Tommaso è giù in cortile, le scarpe da ginnastica slacciate, a rincorrere un pallone sgonfio. "Mamma, queste mi vanno strette", ha detto stamattina, tirando l’alluce fuori dalla tomaia consumata. Sara ha annuito, ha preso nota mentalmente — calzini bianchi per Sofia, scarpe per Tommaso — e ha spostato lo sguardo verso la Colombo, dove il traffico scorre lento come miele. Non è preoccupazione, è solo un altro punto sulla lista. La caldaia, le scarpe, la gita di maggio. Respira, conta i giorni. Il sole di aprile le scalda le spalle, e per ora basta.