La panchina di plastica è fredda sotto i pantaloni della divisa, anche se fuori il sole batte sulle vetrate della palestra. Marco si sposta un po’ più in là, dove un raggio gli scalda la spalla. Ha lasciato la maglietta del magazzino arrotolata nella borsa, ma la giacca gli pende ancora addosso, troppo pesante per aprile. Domani la lavo, pensa, ma sa già che domani sarà un altro giorno di corsa.
Dalla sala arriva un fruscio di passi, poi la musica — qualcosa di classico, con violini che sembrano scivolare. Sofia è lì dentro, con le sue scarpette rosa e i capelli legati in una coda che non sta mai ferma. Prima di entrare si è girata a controllare, come fa sempre. "Papà, mi aspetti qui?" — "Sì, dove vuoi che vada?" — e lei ha sorriso, già voltata verso la porta.
Ora Marco guarda l’orologio del telefono. Le 17:42. Tra venti minuti finisce la lezione. Potrebbe scendere a fumare, ma non vuole perdersi l’uscita. Si alza, si avvicina alla vetrata. Dentro, le bambine sono in cerchio, le braccia tese come ali. Sofia è in prima fila, concentrata. Quando si solleva sulle punte, per un attimo sembra più alta.
Il corridoio odora di disinfettante e gomma da masticare. Qualcuno ha attaccato un avviso sulla bacheca: "Cercasi baby-sitter per pomeriggi". Marco lo legge due volte, poi torna a sedersi. La moka è già pronta a casa, con il biglietto sotto la tazzina. Oggi ci ha scritto solo "Domani". Basta così.