La tavola è apparecchiata con la tovaglia a quadri, quella che Lucia tira fuori solo per le occasioni. L’abbacchio fuma nel piatto, le patate croccanti ai lati. "L’ultima volta quest’anno" dice Lucia, come ogni primavera, mentre versa il vino rosso nei bicchieri sbeccati. Marco sorride, sa che tra due mesi lo dirà di nuovo.
Tommaso fissa il piatto, la forchetta sospesa. "Non è pollo?" chiede, e Antonio ride, battendo una mano sul tavolo. "No, è agnello, ma non quello normale. Questo è abbacchio, quello che mangiavamo noi da bambini, quando il 25 aprile si usciva tutti in strada." Tommaso spalanca gli occhi. "E perché?"
Antonio si pulisce la bocca col tovagliolo, si sistema gli occhiali. "Perché era festa, ragazzo. La guerra era finita. Noi bambini correvamo con le bandiere, i grandi cantavano, e la sera si mangiava l’abbacchio perché era l’unica carne che si trovava. Mia madre lo cucinava così, con le patate, e noi lo mangiavamo per strada, seduti sui marciapiedi." Tommaso ascolta, la forchetta dimenticata. Marco guarda suo padre, poi suo figlio, e per un attimo vede se stesso a otto anni, seduto allo stesso tavolo, a sentire la stessa storia.
Sofia, invece, ha già finito e chiede il bis. "Ancora?" dice Lucia, ma le taglia un altro pezzo senza aspettare risposta. Fuori, il sole batte sulle persiane mezze chiuse. Domani è il primo del mese. Domani arriva lo stipendio. Ma oggi c’è solo l’abbacchio, il vino che scende lento, e la voce di Antonio che racconta di un quartiere che non esiste più.
Generato con IA. I personaggi sono inventati. I dati economici provengono da fonti ISTAT, ARERA, INPS.